Suor Carmen Maria, Suor Monica, Padre Theo e Padre Jesmond

La vita consacrata: i religiosi e le religiose di Loppiano

Sabato 2 febbraio, festa della Presentazione di Gesų al Tempio, č anche tradizionalmente celebrata la Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Noi ne abbiamo approfittato per conoscere meglio le storie vocazionali di alcuni religiosi e religiose che vivono a Loppiano, dove si trovano per le loro scuole di formazione.

Incontriamo suor Carmen Maria e Suor Monica al termine della loro lezione d’italiano, in una delle “aule” di Villa Eletto. Hanno età e nazionalità diverse, appartengono a congregazioni differenti e vivono insieme a Casa Emmaus, la sede della Scuola delle religiose di Loppiano.

«Sono suora della Provvidenza del Gap (“Sœurs de la Providence de Gap),» comincia a raccontarsi suor Carmen Maria, messicana energica di Città del Messico, con la sua bella capigliatura bianca nascosta sotto il velo nero «il nostro fondatore era un sacerdote francese, Jean-Martin Moyë. Sono cinquant’anni che ho donato la mia vita a Dio, e l’incontro con la Spiritualità dell’Unità, l’“Ideale”, come lo chiamava Chiara Lubich, mi ha aiutato a capire meglio il messaggio del mio fondatore: lui parlava molto della sofferenza, del dolore, di Gesù in Croce…».

Mentre parla, a suor Carmen Maria, brillano, anzi, fiammeggiano gli occhi, sembrerebbe proprio che quella passione giovanile non si sia ancora spenta!

«Avevo frequentato l’Azione Cattolica, un’esperienza gioiosa, partecipavo alle missioni… sono arrivata alla Congregazione perché volevo andare in missione in Africa. Poco prima della professione perpetua, ho conosciuto l’Ideale e lì ho capito che la cosa più importante non era la missione in Africa ma la scelta di Dio. Così, io ho lasciato il mio ideale dell’Africa e ho scelto Lui. Era il 1966. In Africa poi, ci sono andata ma solo venti anni dopo, nel 1985! Nel frattempo, ho fatto tante cose. Ho lavorato a scuola, con i malati, mi sono occupata della cucina del convento! Un giorno, una suora mi chiese: perché accetti di fare la pulizia della casa, tu che hai studiato pedagogia, teologia? Le ho risposto: “perché il nostro ideale è Dio e Lui ci può mandare ovunque… Io sono felice così!”. Penso che sia stato l’incontro con la spiritualità di Chiara Lubich a farmi rimanere felice e tranquilla nella mia vocazione».

Suor Monica Ribeiro, argentina, quando parla emana una dolce mitezza. «Avevo 16 anni quando ho cominciato la vita religiosa,» racconta, quasi sottovoce «sono “schiava del cuore di Gesù”, cioè faccio parte de “Las Hermanas Esclavas del Corazón de Jesús”, una congregazione argentina di Cordova. Tutta la mia vita, la mia missione, si è svolta nelle scuole. La vita consacrata, se dovessi “spiegarla”, è per me, quel modo di vivere che ti fa stare sempre nella gioia. Anche quando il mondo intorno crolla, io sento che conservo sempre questa gioia interna, questa coscienza di un Altro da me che mi chiama e che mi fa superare tutti i problemi, anche i drammi…».

Monica ha conosciuto il Movimento dei Focolari grazie all’invito rivoltole da una giovane (che poi ha scoperto essere una gen) a partecipare al concerto del Gen Rosso, nella città di Villa Cura Brochero, la città del famoso prete tanto amato da Papa Francesco.

«Ha insistito così tanto! Io non conoscevo il complesso, la loro musica. Alla fine, siamo andate! Quello che mi ha toccato il cuore, è stata l’attenzione di uno di loro, un coreano, che desiderava che comprendessimo quello che succedeva sul palco, e anche la sua premura, perché noi non perdessimo la Messa. Poi, ho partecipato ad un workshop e, lì, ho conosciuto una focolarina. Io ero convinta, pensavo di saper amare… e invece, no, conoscendo lei e le sue compagne, ho capito che mi mancava molto e che dovevo cominciare come un nuovo noviziato, per capire e imparare questo modo di amare!».

Sono così diverse, Monica e Carmen Maria, che viene da chiedersi come si svolga la convivenza alla scuola.

«A dire il vero, con noi vive un’altra suora, lei è salesiana e viene dalla Repubblica Ceca…» spiega Carmen Maria «vivere insieme è tutta una rivoluzione, capisci che le diversità di abitudini, nazione, lingua, possono diventare una ricchezza».

«Si impara a volersi bene nelle piccole cose,» completa Monica «come facendo attenzione ai gusti e alle abitudini diverse in fatto di cibo… che sono tante! L’amore per i dettagli!».

Lasciamo Villa Eletto per raggiungere la “Claritas”, la scuola dei religiosi, un tipico casolare toscano, con una vista spettacolare sulle montagne innevate del Pratomagno e di Vallombrosa.

Qui, ci attendono Padre Theo e Padre Jesmond, l’uno olandese, l’altro maltese, entrambi frati cappuccini. Comincia a raccontarsi per primo Padre Theo.

«Ho cominciato ad incamminarmi sulla via dei cappuccini quando avevo 12 anni. Io sono olandese, della chiesa pre-conciliare, nel senso buono. A quei tempi, era consuetudine, per esempio, che i nostri genitori (siamo sette fratelli), ogni quindici giorni, ci mandassero a confessarci dai frati cappuccini… così, li ho conosciuti. Non era un’imposizione, era la prassi. Sono convinto che Dio chiama anche i bambini, anche a quell’età».

Chiediamo a Padre Theo come spiegherebbe ad una persona non credente la sua vocazione. «La spiegherei così: tutti desideriamo vivere in pace e vediamo che nel mondo non sempre ci riusciamo. Noi cappuccini non aspettiamo che tutti siano d’accordo, per essere in pace, ma cominciamo subito. Anche se siamo di età diverse, di caratteri diversi, abbiamo cominciato a vivere insieme in pace, e questo è possibile se accettiamo e apprezziamo la diversità dell’altro».

E Padre Jesmond?

«Anche io ho avuto questa formazione. Da quando avevo sei anni, andavo il sabato a confessarmi dai cappuccini della mia parrocchia. Frequentavo il catechismo, era bello, giocavamo… Posso dire che per me è stata una chiamata più che altro. Non si può spiegare. Quando sei piccolo non ti rendi conto ma poi ti accorgi che tanti fatti, persone, eventi, ti portano su quella strada, e allora, fai il tuo passo, con quel poco che capisci. Anche con la paura di sbagliare. Ma poi ti accorgi che continui a camminare, anche nelle difficoltà, ad andare avanti, anche quando gli altri se ne vanno, mentre tu continui a perseverare».

Interviene Padre Theo:«Ricordo, quando dovevo decidere se rimanere tutta la vita cappuccino… Avevo fatto il seminario minore, poi il noviziato di tre anni. A quei tempi avevo 23 anni. Lì, ho capito che, guardando tutta la mia storia, fino a quel momento, Dio aveva come guidato le cose. È lui che mi chiamava, e che si metteva come “garante” per il futuro… E allora, se tu, Dio, sei fedele, posso anche io dire di sì! Questo è successo 54 anni fa. Dio è rimasto fedele, io non sempre… vado ancora a confessarmi!».

Sono così diversi padre Theo e padre Jesmond, anche loro per età, provenienza, temperamento. Viene da chiedersi… come si riesce a "vivere in pace", alla Claritas?

«Qui siamo di tre carismi diversi, di quattro nazioni e abbiamo età che spaziano dai 77 ai 40 anni. La nostra bussola è Gesù Abbandonato, amando Gesù nelle difficoltà quotidiane, le cose che non vanno ci sono ma le vivo con un’altra anima. È Lui la radice di ogni spiritualità: chi più di lui è povero, chi più di Lui è missionario o educatore?». E padre Jesmond: «E poi, con tanta semplicità. Si vive quello che ognuno porta con sé, con consapevolezza, ogni carisma si abbellisce grazie all’Ideale. Si vive con più consapevolezza ed energia il Vangelo. Cerchiamo di avere Gesù in mezzo a noi, e sapendo che c’è Lui, cerchiamo di trattenerlo e di non mandarlo via!».